Pubblicazioni

Art. N°13 - 19/11/2013
di A.T.P.S.V.D

I torchi

Prima di parlare dei torchi facciamo un breve accenno sulla coltivazione, in questa valle, della vite e dei frutti a cui questi attrezzi sono legati.
La viticoltura si pensa sia stata portata in Ossola dai Romani. Inizialmente volta a soddisfare il fabbisogno locale, ha avuto un decisivo sviluppo in epoca napoleonica, grazie alla costruzione della strada carrozzabile del Sempione che favorì l’esportazione verso la vicina Svizzera. Quella divedrina è una viticoltura di montagna, difficile, poco economica ed estrema; fattori questi che hanno indotto molti viticoltori ad abbandonare la vigna. Altre cause di abbandono sono state pure la filossera (malattia della vite) alla fine dell’800, il dazio doganale sugli alcoolici praticato dal Vallese e l’industrializzazione dei primi del ‘900 con il conseguente abbandono delle campagne. Le viti in questa vallata le scorgevamo prevalentemente nelle località più assolate quali i versanti di Coggia e di Durogna . I campi con vite si presentano con piccoli terrazzamenti sostenuti da muri formati da sassi accatasta¬ti a secco e rappresentano un intelligente lavoro di formazione e conservazione del terreno, ottenuto nei secoli, con incredibile impiego di forze e fatica umana. Alcuni viaggiatore per il Sempione ne descrivono il paesaggio appena passati dalle gole di Gondo; un estratto lo pubblichiamo qui di seguito.

"Poliorama Pittoresco" edito da Filippo Cirelli a Napoli, il 18 febbraio 1843
"Quando dalla Svizzera si scende in Italia per la strada del Sempione, dopo aver traversato le campagne deserte di Gondo, e le gole poco meno selvagge d’Isella, la scena va cambiandosi a grado a grado. Le balze cominciano a perdere la loro perpendicolarità e i loro vertici indietreggiando si appianano: sono meno orrorose le voragini e i pini che mostravansi solo nelle fenditure delle rupi, veggonsi ad ogni passo più frequenti; sino a che, allargandosi la gola, una magnifica scena, la romantica valle di Fontana (Varzo) offresi allo sguardo del viaggiatore. Là propriamente incomincia l’Italia. Quegli umidi e gelati vapori che elevansi dagli abbissi spariscono intieramente; l’aria è imbalsamata di soavi e dolci profumi; le piagge a sinistra coperte di vigne, di frutteti, di giardini, di villaggi biancheggianti e di una quantità di produzioni dovute solo alla cultura formano un insieme che è in antitesi con le rupi erte e gigantesche le quali veggonsi ancora a dritta. Dopo di aver oltrepassato di alcune miglia lo spumoso torrente di Doveria, presso il villaggio di Crevola, l’occhio scopre un’altra valle più spaziosa. È questa la valle di Ossola bella quanto mai".

Vigneti a Cattagna alla fine del 1800

L' Alvazzi stesso nel su libro "La valle Divedro e il Sempione" descrive la strada che da Alneda porta a Bertonio coperta interamente da vigneti che abbondavano in quasi tutte le frazioni.
Ancor oggi su tutto il versante che sovrasta Varzo sono visibili i terrazzamenti edificati per coltivare la vite e che hanno un ruolo significativo, anche in caso di calamità naturali, nella salvaguardia del fragile paesaggio montano.
In passato i vini ottenuti in talune zone ben esposte ed in annate favorevoli raggiungevano 11-11,5 gradi alcoolici, ma la gran massa del vino prodotto in Ossola possedeva un tenore alcoolico che andava da 9 a 10 gradi e quindi poco allettante. Quest’ ultima è presumibile la peculiarietà dei vini della valle Divedro, poco alcoolici e di scarso valore organolettico (bruschett) tant'è che si prediligeva l’esportazione verso la vicina svizzera piuttosto che il consumo locale.
Il canonico Nicolao Sottile nel suo Quadro dell’Ossola pubblicato a Novara nel 1810 annotava: "l’Ossola ha viti e fa vini anche buoni. Si vendono nelle valli che ne sono prive ma la maggior parte si smercia nella Svizzera e nel Vallese".
I torchi come i forni erano perlopiù comunitari. Fino a non molti anni fa si contavano nella zona alcuni torchi del tipo a leva lunga chiamati anche torchi latini o di Catone. Questi attrezzi sociali erano caratterizzati da una grande trave (lunga fino a più di otto metri) proveniente generalmente da un tronco di castagno che con il proprio peso comprimeva le vinacce o la frutta che era necessario spremere.
I monumentali torchi a leva di tipo piemontese per la spremitura di vinacce occupavano l’intero edificio ospitante data la grandezza, ed erano costruiti quasi interamente in legno di castagno che, tra le sue prerogative ha la durezza ed una resistenza particolare ma soprattutto non si deformava nel tempo. A Varzo ne esistevano alcuni di cui uno è ancora visibile in frazione Colla.
Gli altri erano dislocati a Coggia, a Lincio, a Staggiolo, a Casafranchi, a Fontana ed a Durogna, quest'ultimo documentato solo da resti. È ancora visibile in quest' ultima frazione di Varzo, dinanzi alla casa in cui era collocato il torchio, il blocco di pietra che faceva da contrappeso, ed in una cantina, parte del vecchio torchio mancante della trave e della vite in legno. Quello di Coggia dislocato nella parte alta vicino alla fontana, secondo testimonianze, funzionò fino agli anni 1940 circa e spremeva esclusivamente vinacce per produrre vino. Le piante di vite infatti abbondava su tutti i terrazzamenti della frazione, un tempo molto abitata. Fu distrutto completamente negli anni '50 quando arrivò la strada a Coggia; le piode del tetto dell’ edificio che lo ospitava furono usate per la strada stessa e il manufatto fu demolito tagliandolo a pezzi.

Pesta e Torchio della frazione Colla

Il torchio della Colla è invece tuttora visibile nella sua integrità , è composto da una trave in castagno di circa 8 metri di lunghezza sovrapposta da altre 2 travi di larice di 10 metri con una struttura che occupa nella sua totalità il locale che lo ospita.
L’edificio in cui è collocato contiene anche una vecchia macina o pesta a pietra verticale a movimento manuale che si usava per la pressatura di canapa, noci, per la produzione di olio, e altri frutti, principalmente piccole pere tondeggianti a polpa molto dura (pirui) poco piacevoli al palato se mangiati crudi , ma che producevano un succo gradevole. Queste piccole pere tondeggianti venivano raccolte in avanzata stagione autunnale, frantumate (anche miste a mele) e torchiate per oltre un giorno. Il succo, lasciato fermentare, dava un vinello dolce e piacevole a bassa gradazione con effetto diarroico se bevuto in quantità elevate. Molti anziani hanno infatti ricordi poco piacevoli della giornata che seguiva la torchiatura, caratterizzata da forti mali intestinali.
Non è dato sapere l’età precisa di questi manufatti della frazione Colla non essendoci impressa alcuna data, anche se sul camino dell’edificio ospitante vi è la scritta "G.A.F. F.F. 1849", quindi potrebbero essere datati nei primi anni del 1800.
Da notare che la parrocchia di Varzo possedeva prima del XVIII° secolo un torchio da vino in località Oira di Crevoladossola, di cui percepiva il canone d’ affitto, ciò sta a dimostrare quanto fosse ambito e desiderabile possedere questi attrezzi per la produzione di vino in queste povere vallate. Fino a ieri, la vite è stata una delle più importanti coltivazioni ossolane, per secoli alimentò una fiorente esportazione vinicola, in particolare verso la Svizzera. Questa coltura ed il conseguente abbandono delle attrezzature ad essa legate, fu trascurata solo dalla seconda parte del XX secolo quando le numerose trasformazioni socio-economiche hanno mutato la penisola con il grande esodo dalle campagne. Vitigno dominante in valle Divedro era il nebbiolo.

La struttura di un torchio risulta composta da:
- una leva costituita da un tronco di castagno lungo 10 m e di 0,8 m di diametro;
- una vite senza fine in ciliegio alta 6 m e di 40 cm di diametro;
- un masso di granito dal peso di 20 quintali;
- una pesante tavola di legno;
- diversi spessori in legno robusto;
- numerose travi di legno robusto;
- un piano di lavoro con scanalature;
- un tino capiente.

Gli attrezzi utilizzati per la vinificazione:
- una scure larga e piatta;
- contenitori in legno da portare sulle spalle ('brenta') di circa 50 litri;
- secchi in legno;
- uno strumento a cinque rebbi dotato di manico;
- uno strumento simile al precedente ma con manico più lungo;
- un tridente;
- un martello e dei cunei in legno;
- delle botti a doghe;
- un grande tino in legno.

Copia del regolamento del torchio di Coggia
Varzo il primo maggio 1901.
Regolamento del torchio sociale di Coggia.
Tra i sottoscritti soci venne convenuto e stabilito quanto segue:
Articolo I°
Il torchio di Coggia rimane come per l’addietro di assoluta proprietà dei soci qui sottoscritti e la proprietà passerà ai loro eredi senza distinzione di sesso e di numero, tutti gli eredi diventano soci effettivi.
Articolo II°
Tutti coloro che non sono sottoscritti e che non fanno parte della società, volendo servirsi del torchio dovranno anticipatamente pagare lire due ogni qualvolta se ne serviranno.
Articolo III°
Coloro che si sono sottoscritti come socio, e che si rifiuteranno di pagare la loro quota per le riparazioni fatte al torchio saranno cancellati dalla società e non avranno più nessun diritto di servirsi del torchio.
Articolo IV°
Il torchio non dovrà servire ad altro uso, ma solamente all’uso di cui è destinato, cioè torchiare le proprie vinacce ed eseguire la distillazione delle medesime. Non si potrà per nessun motivo fitarlo ne imprestarlo a nessuno per altro uso.
Articolo V°
Tutti coloro che si serviranno del torchio saranno tenuti a farne la regolare polizia sgombrandone regolarmente tutte le vinacce. Coloro che trascureranno all’adempimento saranno assoggettati al pagamento di lire una di multa ogni volta. Previa lettura ed approvazione quanto sopra tutti i soci si sono sottoscritti.
Seguono le firme.
Copiata la presente conforme all’originale in caso di smarrimento del medesimo.
Cuccini Giorgio.

Nome e cognome e paternità dei proprietari componenti la Società del torchio di Coggia
Frazione del Pratto: Cuccini Giorgio fu Giacinto – Borello Giovanni fu Giorgio – Pletti Giuseppe fu Giacomo – Benetti Felice fu Giuseppe – Bono Teresa fu Domenici – Bozzo Carlo fu Pietro – Scatta Fedele fu Fedele – Minetti Agostina fu Giovanni – Alvazzi Celeste fu Giorgio – Alvazzi Fiorenzo fu Angelo – Alvazzi Celeste fu Luigi – Magliocco Enrico fu Giorgio – Magiocco Domenica vedova Scatta.
Frazione di Coggia: Salina sorelle fu Giorgio – Salina Felice fu Quirico – Salina Giovanni fu Giorgio – Jocco Marianna fu Giorgio – Jocco Giovanni fu Giorgio – Bozzo Costantino fu Giuseppe Castelli Clemente fu Giuseppe – Mazurri Fedele fu Gaudenzio – Salina Giovanni fu Giovanni Antonio – Salina Fedele fu Agostino – Salina Agostino fu Agostino – Magliocco Giovanni Antonio Salina Anselmo fu Giorgio – Bozzo sorelle fu Giovanni – Salina Agostina vedova Pletti – Minoli Antonia vedova Mazurri – Salina giorgio fu Gervasio – Delzoppo Domenico – Catenacci Giuseppe Gavaggio Filippa vedova Chiappone – Borello Giorgio fu Giorgio – Bozzo Giorgio fu Giuseppe – Borello Marianna fu Giorgio – Borello Maria di Giovanni – Bozzo Teresa fu Clemente – Jocco Anna Maria fu Giorgio – Bozzo Giuseppina fu Lorenzo.
Frazione della Balmella: Francina sorelle fu Celeste – Clausen Maria vedova Alvazzi – Francina Giovanni fu Antonio – Benetti Ludovica vedova Alvazzi – Magliocco Celeste fu Giovanni Giorgio Beltrami Giovanni di Clemente.
Frazione di Cumero: Piretti Giudita fu Gaudenzio – Magliocco Giorgio di Enrico – Fenino Giovanni fu Giovanni – Fenino Giorgio fu Giovanni – Magliocco Domenica nata Mollo – Castelli Giorgio fu Giorgio Altre varie frazioni : Scatta Maddalena nata Orsini ( Staggiolo) – Dresco Giovanni fu Giorgio (Castello) – Jocco Domenica fu Lorenzo (Coggia).