Pubblicazioni

Art. N°15 - 19/11/2013
di A.T.P.S.V.D

Usi e costumi - seconda parte

Santo Natale
Per la Messa di mezzanotte nella Chiesa di San Giorgio di Varzo, veniva acceso il lampadario della navata centrale con cinquanta candele. L’organo intonava il Kyrie. Le campane suonavano a festa per portare la buona notizia. I bimbi mettevano sul davanzale della finestra un bicchiere di vino per San Giuseppe, una scodella di crusca per l’asino di Gesù e il piatto per i loro doni. Quest’ultimo consistevano sempre in nocciole, noci, mele, castagne e a volte anche qualche biscotto o una bambola di pezza; se non lasciava nulla, pazienza! Gesù era passato e forse essendo povero anche lui, non aveva potuto far altro che scaldarsi le mani al tepore del camino per poi riprendere il suo viaggio. Era un mondo fatto di povertà e di privazioni, ma anche di gioia, di amicizia e fraternità, ed in questo clima si viveva la venuta di Cristo, nella semplicità del mondo agreste.
(contributo Biselli Luciana e Gatti Eleonora)

La processione del Corpus Domini
In quell'occasione, tutte le strade dove passava la processione, venivano drappeggiate. Alla vigilia i giovanotti piantavano dei pali e vi legavano delle corde, così il giorno dopo le donne vi stendevano le loro tele più belle, coperte di pizzo, lenzuola ricamate, fazzoletti di seta. Venivano stese lungo tutto il tragitto, il quale diventava un corridoio drappeggiato e fiorito.
Nella piazza d'arrivo della processione, piantavano due betulle ai fianchi di un rustico altare che coprivano di fiori. Tutti i bambini che seguivano la processione, con dei cestini pieni di petali di margherite e ginestre, ricoprivano le strade gettandoli.
(contributo Biselli Luciana e Gatti Eleonora)

La "Crica" pasquale
La "Crica" pasquale è uno strumento di legno formato da un manico lungo circa 20 cm, sulla cui estremità vi è infilata una rotella dentata, che viene trattenuta da due assicelle parallele, distanziate tra loro di almeno 7 cm. Tra queste ce n’è inserita trasversalmente un’ altra che agendo sulla rotella dentata, provoca un suono secco e sgradevole. Veniva usata durante la settimana Santa e il giovedì Santo, quando le campane non suonano. C’era anche un altro strumento, il "Tic tac" che era formato da una tavoletta di legno ricoperta parzialmente di ferro dove c’ erano fissati dei martelletti che battevano sulla tavoletta. Questi strumenti li conservavano in Chiesa, per poi essere distribuiti dal sacrista ai ragazzini chiamati "Giudei". Nel periodo di Pasqua in sostituzione del suono delle campane della Chiesa Parrocchiale, all’ora dell’Ave Maria, questi ragazzini facevano il giro del paese agitando "Criche e Tic tac" accompagnati anche da contenitori di latta che racchiudevano sassi. La processione del venerdì Santo, partiva dalla Chiesa Parrocchiale di San Giorgio percorreva la Via Crucis per poi raggiungere il Calvario, passando sulla ripida mulattiera di Durogna.
Lungo la strada sono collocate le cappellette e sostando in ognuna veniva commentato dal parroco il momento della Passione, raffigurato negli affreschi delle cappelle.
Ad ognuna i "Giudei", nascosti, agitavano i loro rudimentali strumenti, provocando grande strepitio, disturbando la processione, anche con scoppi di zolfo, e rimanendo sempre non visibili, continuavano nel loro schiamazzo durante tutta la funzione nella chiesetta di Durogna.
(contributo Biselli Luciana e Gatti Eleonora)

La processione
Le processioni venivano fatte alle Chiese e ai Santuari di paesi vicini e lontani, per ringraziare Dio di aver ricevuto una grazia. Le persone, vestite solo da pochi panni, percorrevano lunghe e difficili mulattiere, portando con sé minimo cibo. Il corteo seguiva il sacerdote, portando gli stendardi, le croci e i lampioni. La gente seguiva cantando e pregando Dio per una grazia.
Era pure consuetudine improvvisare delle processioni per invocare la pioggia.
Nell'anno 1919 (raccontava il Sig. Salina Giuseppe) è stata fatta una processione sul Monte Colmine, l’otto settembre dello stesso anno ci si recò fino a Mozzio, dove veniva celebrata la S. Messa, in occasione della festa, poiché si chiedeva l’arrivo della pioggia, che non si vedeva da mesi. Quell’ anno fu molto duro per gli abitanti della valle Divedro, non fu raccolto nulla, né dai campi, né dai prati. In una nota dell’allora parroco di Varzo Don Luigi Pellanda è scritto:
Nella primavera del 1919, sciolta la molta neve, caduta durante la stagione invernale, non piovve mai; poche gocce per S. Antonio e poca pioggia per S. Pietro. Il primo fieno andò perduto e il secondo fu scarsissimo. Nell'inverno gli agricoltori dovettero comperare fieno per un valore di quasi 400.000 lire (540.000 euro odierni).
Fino all'anno 1950 circa, si continuò ad andare a Mozzio l’otto settembre, non più in processione, ma ci si recava alla festa del paese.
Notizie raccolte dal libro "Davanti al camino" di Walter Bendotti.
Archivio parrocchiale di Varzo.
Testimonianze: Vittorio Biselli e Mariangela De Andrea.

Tiratori scelti in testa al corteo di nozze
La celebrazione del matrimonio, le tradizioni e le usanze legate ad esso si sono naturalmente evoluti nel corso del tempo e sono ancora oggi oggetto di diversa interpretazione, ne narriamo una sicuramente molto originale. Un tempo il corteo nuziale era sempre preceduto da due tiratori scelti armati di fucile e di mortaretti. Subito dopo veniva la sposa accompagnata dal padre e seguita dalle madrine di battesimo e di cresima, che avevano un posto d’ onore nella festa di nozze.
Procedevano quindi tutti i parenti e infine lo sposo, che chiudeva il corteo al braccio della futura suocera. Nei punti strategici del percorso, davanti al municipio o vicino alla Chiesa, i due tiratori scelti mettevano in azione le armi da fuoco e facevano sobbalzare gli invitati con scariche improvvise, che destavano allegria e avevano lo scopo di mettere in fuga le sorti avverse, obbligando il destino ad essere prodigo di felicità e soddisfazione nell'avvenire dei due sposi.
(contributo Biselli Luciana e Gatti Eleonora)

Matrimonio d'altri tempi

Il matrimonio e la "Sciupa"
Nei tempi passati nella nostra valle i matrimoni si svolgevano così: lo sposo raggiungeva la casa della sposa e tutti, parenti ed amici, in corteo si dirigevano verso la casa parrocchiale.
Davanti c’era la sposa accompagnata dal padre, dietro gli invitati e per ultimo lo sposo con la propria madre. Spesso, appena partiti, il corteo doveva interrompersi perché sulla strada c’erano degli ostacoli. Anche in quel giorno speciale infatti lo sposo doveva "lavorare", perché gli abitanti della frazione e gli amici preparavano la "sciupa" che consisteva in tronchi d'albero, tavole inchiodate o cataste di legno. Lo sposo doveva risalire tutto il corteo e da solo spostare tutti gli impedimenti per far passare la sposa comodamente. La "sciupa" era anche inerente al tipo di lavoro svolta dallo sposo. Più la sposa era bella e più "sciupe" c’erano, quindi se la sposa sul suo tragitto ne trovava poche, quasi si offendeva, infatti gli abitanti delle frazioni della sposa preparavano queste "sciupe" per verificare se lo sposo si meritava una ragazza così bella e significava che i giovanotti non volevano lasciarla andare via.
I bambini invece tendevano dei nastri che lo sposo doveva tagliare e ricevevano in cambio dei confetti "benis". Nel tragitto prima di arrivare alla chiesa spesso c’erano anche degli archi di fiori sotto cui fare passare la sposa. Dopo la cerimonia a seconda delle possibilità c’era un rinfresco o un pranzo, ma generalmente non mancava una fisarmonica per terminare in allegria la festa.
Fonte: libro da Stèll a stèll

Il fidanzamento
Le occasioni per i giovani di corteggiare le ragazze erano soltanto le veglie invernali.
Lo spasimante rubava alla "fanzela" (alla ragazza) un fazzoletto, come primo pegno d’ amore.
Il giorno del fidanzamento il "giuvinot" (il ragazzo) regalava alla sua promessa sposa, un fazzoletto di seta con le frange ed un anello, la "prumèsa", promessa di fedeltà.
Quando doveva chiedere la mano ai genitori della ragazza, non ci andava lui personalmente, ma il compito veniva dato ad uno zio (barba) o una zia (lama). Questi vi andavano di nascosto; la zia avvolta in uno scialle e lo zio col cappello calato sulla fronte, per non farsi riconoscere.
Così se i genitori rifiutassero, nessuno l’ avrebbe saputo. Venivano accolti in casa dai genitori della ragazza, con molta freddezza e senza farli accomodare e non veniva offerto loro niente.
Tutto ciò non va oltre al secolo scorso. Col passare degli anni, erano i genitori del pretendente che facevano la domanda di matrimonio. Le pubblicazioni duravano tre settimane, il prete in Chiesa le notificava durante le funzioni religiose, per questo si diceva "i ian jà criei ju in gescia dal percul" (li hanno gridati giù in Chiesa dal pulpito). Durante tutto il periodo delle pubblicazioni i futuri sposi non andavano a Messa per timidezza.

Il matrimonio
Qualche settimana prima del matrimonio, lo sposo, la sposa e la madre andavano a Domodossola a comperare le cose necessarie. La sposa doveva comperare allo sposo la camicia e un grembiule per la futura suocera. Lo sposo acquistava il vestito, la giacchetta, il fazzoletto da testa, l’ anello e gli orecchini per la sposa. La madrina dello sposo come usanza regalava un lenzuolo di tela di canapa. Una settimana prima del matrimonio, gli sposi distribuivano i "benis" (i confetti). Fino alla fine del secolo scorso, al posto dei confetti, venivano distribuite: noci, nocciole, castagne secche; venivano chiamati "bròt". C’è un detto dove si usa dire "né a bròt", cioè andare a pranzo di nozze. Al mattino delle nozze, lo sposo e tutti i suoi parenti, andavano a casa della sposa, dove trovava la sorpresa, la sposa era sparita. Lui la doveva cercare: in cantina, nel fienile ecc. e quando la ritrovava, veniva fatto lo spuntino, in seguito si recavano in Chiesa. Chi poteva permetterselo, in testa al corteo c’ erano: il suonatore di violino e violoncello detti: "macaco e bugn"; dietro a loro venivano le madrine della sposa, lei al braccio del papà, tutti i parenti e per ultimo lo sposo al braccio della futura suocera. Terminata la funzione in Chiesa, c’ era il pranzo o a casa dello sposo o a casa della sposa; se gli invitati erano molti veniva allestita la sala da pranzo nel fienile, dove ci stavano tutti gli invitati. Il tavolo e le panche erano fatte con assi inchiodate e da "sciucc" (tronchi). Il menù più diffuso era: riso cotto nel latte e condito con panna "paniscia", che veniva servito in scodelle di terracotta o di stagno e ognuna serviva da quattro persone. Veniva poi servito infine il formaggio ed il vino. Alla sera si cenavano con "supa ad scioll" (zuppa di cipolle). Dopo aver mangiato si ballava, mettevano in terra i "drapói", che erano delle strisce di canapa filata e intrecciata larghe circa 60 cm, questa era la misura del telaio, poi toglievano anche le scarpe e così non facevano rumore, ma sentivano meglio la musica suonata con l’ organino a bocca. Terminata la giornata, la sposa sedeva sulla soglia della casa e tutti gli invitati, uscendo le gettavano in grembo delle monete. In poche famiglie di Varzo, maggiormente benestanti, la sposa regalava un fazzoletto di seta ed in cambio riceveva un piccolo contributo. La sera prima delle nozze facevano agli sposi degli scherzi: le lenzuola fatte a sacco, aghi di pino nel letto, campanelli attaccati sotto al letto e altri ancora.
Notizie raccolte dal libro "Davanti al camino" di Walter Bendotti.
Testimonianze: Mariangela De Andrea